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Speciale Montagnav(v)entura 2015 Il libro dei ricordi
Racconto

IL LIBRO DEI RICORDI

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di Giacomo Pallaver

Saranno passati due mesi da Pasqua e nel cortile un bambino si stava soffiando il naso.

Era una soffiata rilassata direi, ma con stupore il Bambino si accorse che ne era uscita una cosa quasi nera. «Cosa diavolo è??»

I suoi amici si avvicinarono di corsa.

Il primo: «Oddìo io so cos’è, l’ho visto su un libro di mio padre. E’ un pezzo di cervello. Un neurone!».

Il secondo: «Ma certo! C’è dentro un tuo ricordo!»

Il Bambino aveva gli occhi sbarrati e non staccava gli occhi da quella cosa schifosa. «E come faccio a capire che ricordo ho perduto?»

Il secondo: «eh non lo so...»

Il terzo: «bleah»

I quattro bambini se ne stavano accalcati attorno a quel fazzoletto a godersi lo spettacolo.

Il terzo a un certo punto si mosse di scatto. «Io lo so! Ora mi ricordo! Mio papà mi ha detto che in cima alla montagna c’è un cassetto sotto la croce dove c’è un specie di libro, un diario. E lì ci sono scritti i ricordi! Quelli di tutti!»

«Ma davvero? Io non l’ho mai sentito»

«Nemmeno io»

Il terzo non aveva dubbi: «Vi dico che è così».

Il primo era dubbioso: «Mah...e dove sarebbe poi questa cima?»

«Lassù.» Il terzo, indicava con il ditino la cima di una montagna piuttosto lontana. Sì piuttosto direi, per un gruppetto di bambinetti intontiti.

Il primo esplose. «Che?? Saranno duemila chilometri!»

«Macché...ci sono andato anch’io con mio padre, ci vorranno un paio d’ore da qui...» disse più composto il secondo.

Il Bambino non ascoltava neanche più la discussione, era troppo preoccupato per la sua memoria. «Io ci devo andare»

E partì, senza tante storie.

Il primo : «Che?! Ma così? Senza niente? Non sai la strada, da solo»

Il terzo: «Io vengo con te»

Il secondo: «Massì, anch’io...»

E raggiunsero il loro amico.

Il primo non ci credeva ancora: «Ma tutto per un neurone? Che vuoi che sia! Oddìo qui finisce male...» e li seguì di corsa.

Ci voleva poco ad arrivare nel bosco da lì e la salita cominciava subito, ma il primo non la smetteva di parlare e di lamentarsi. «Ma qui qualcuno la sa la strada? E poi con le scarpe che abbiamo...ragazzi...ci faremo male di sicuro!»

Il secondo: «Stai zitto, primo, non te l’ha chiesto nessuno di venire, madonna neanche mia mamma rompe le scatole così tanto!»

«Diciamo che se la giocano» disse il terzo.

Il primo non sentì neanche. Si fermò di scatto e cacciò un urlo: «Oddìo! L’orso!!» tremava e indicava il bosco, tenendosi aggrappato al terzo.

«Ma sei scemo?»

Il secondo e il Bambino senza scuotersi troppo aguzzarono la vista ma scossero subito la testa.

«Secondo me sei soltanto un fifone. Solo i fifoni vedono gli orsi pure nei tronchi»
il terzo faceva cenno con la testa: «si, o i miopi»

Il primo crollò dal sollievo e il terzo passando gli diede due colpetti sulla zucca. «Su! Se ci fermiamo ci stanchiamo il doppio»

I quattro continuarono a salire seguendo più o meno il sentiero più ripido.
Certo non mancavano gli attacchi con le pigne al primo che rimaneva indietro o le gare di corsa tra il secondo e il terzo, che poi si mettevano a fare delle imboscate.

Non si sente un granché la fatica quando te ne stai con quelli che potrebbero essere i tuoi fratelli, o comunque cugini. Né a fare salite né a fare tanto altro.
Il bosco cominciava a diradarsi e la strada diventava sempre più ciottolosa. Dopo essersi abituati al terreno irregolare rimasero senza fiato, tutti quanti.

«Wow! Ma siamo così alti??»

La vallata si apriva davanti a loro come stando su un minuscolo avamposto. Per un attimo gli alberi si aprivano come un sipario e ti lasciavano vedere il mondo, come per lasciarti fare un gran respiro dopo tutta quella strada.

«Ma ma ma non sarà mica la città quella?» sbraitava il secondo.

«Si non vedi? Quella laggiù è la scuola. E’ quella macchia rossa»

«Mamma mia!»

«E quella è casa mia» disse a più bassa voce il Bambino.

«Cavolo è vero...guardate l’aeroporto...e l’ospedale! Sembrano modellini!»

«Io non c’ero mica mai stato qui».

«Nemmeno io»

«Ma è una cosa pazzesca»

«Oh Oh Oh! Provate, provate a stare fermi a guardare un punto, non vi sembra tipo che la valle si allontani??» urlava impazzito il secondo stringendo il braccio del primo.

«Tu sei un po’ stanco mi sa» replicò il primo, perplesso.

«Eh no è vero cavolo!!! E’ vero!» urlò ancora più forte il terzo. «Prova!»

Tutti e quattro si accalcavano su quella manciata di rocce a due passi dallo strapiombo a provare. Strano che il primo non li esortasse a stare attenti. Lo spettacolo riusciva a distrarre pure uno come lui.

Ricominciarono a camminare non senza dispiacere. Il terzo se ne sarebbe stato volentieri lì tutta la vita, diceva.

Costeggiarono la montagna per poi rinfilarsi nel bosco. Da lì cominciavano dei tornanti.

Adesso non mi ricordo se il primo o il secondo ma per uno dei due sembrava che non finissero più, diceva che stavano sbagliando qualcosa, perché gli sembrava di essere in una specie di giro dell’oca in salita! Mi ricordo però che così si beccò solamente uno scappellotto sul collo da un compagno.

La salita finì e da lì il sentiero diventò verde. Potevano finalmente camminare e chiacchierare senza che gli sembrasse di morire senza fiato.

Poi videro una betulla che se ne stava da sola su una specie di collinetta e lì vicino...una casa? «Ma...Quella è una casa?»

«Eh? Ma che ci fa una casa qua in cima?»

«Non è la cima» disse il primo «Ma siamo vicini»

In effetti ora potevano vedere bene con quell’enorme croce che pareva stampata sopra al cielo, la cima verde di quel colosso con una minuscola criniera gialla che l’attraversava, proprio il sentiero che dovevano seguire.

«Andiamo» disse il Bambino.

«Ma come? Non guardiamo nella casa?»

«Dobbiamo andare subito su, ci sono dei nuvoloni che si avvicinano»

Gli altri non fecero obiezioni. In fondo erano lì per lui.

I quattro salirono il sentiero, all’inizio camminando, poi sempre più in fretta perché il cielo diventava grigio e arrivavano sempre più nuvole, come dal niente si era alzato il vento.

Cominciò a piovere.

«Cavolo! Piove! E poi che razza di vento c’è? Non riesco a tenere gli occhi aperti!» il
terzo se ne stava rintanato nella sua camicia e camminava in avanti per inerzia.

«Dobbiamo tornare indietro!» urlò il primo.

«No! Ormai ci conviene scendere dall’altra parte. La frittata è fatta!» Il primo era preoccupato, più del solito voglio dire e lo era anche il secondo, ma il Bambino stava davanti a tutti e non si voleva fermare.

Arrivarono in cima.

Pioveva fortissimo e c’era vento. Faceva freddo come se fossero ripiombati in inverno.

«Dov’è questo benedetto libro??» Urlava il terzo tenendosi la giacchetta, completamente fradicio.

«Non lo so! Dovrebbe essere in qualche specie di nascondiglio!» Il Bambino si guardava attorno impaziente ma un lampo fortissimo li accecò tutti per un secondo.

«Wow!!!» Urlarono.

«Siamo morti vero??»

«Prendi quel cavolo di libro e corriamo! E’ lì! E’ lì lo vedi??»

Lo vide. Corse con il cuore a mille mosso dal puro istinto e lo afferrò. Se lo infilò in tasca e cominciò a correre con il secondo che lo spingeva.

«Adesso correre!!! Correre!!!»

Se qualcuno fosse passato là sopra con qualche aeroplano, quei quattro gli sarebbero potuti sembrare degli stambecchi. Correvano e urlavano sotto la pioggia come dei matti.

Attraverso i boschi scivolavano sulle rocce, per fare le curve si aggrappavano ai tronchi e si impuntavano con le scarpe sui lati del sentiero per poter correre.

Sembra un miracolo che non si fecero niente.

Ormai erano arrivati sulla strada sterrata, ampia, senza pericoli. Potevano smettere di correre. Riprendere fiato. Erano fradici.

«Uff che paura...»

«Ma avete visto che razza di luce? Sembrava un...non lo so, veramente!»

«Io a un certo punto credevo che ci avrebbe colpito qualche fulmine di sicuro»

«Ci è andata bene ragazzi»

«Che pelo...»

«E questo qui?»

Una luce saliva la strada. Spuntarono due fari che venivano verso i bambini.

La macchina frenò, spalmando i ciottoli sul selciato e scese un uomo.

«Siete pazzi?? Entrate subito in macchina o ancora un po’ e vi verrà la polmonite!» Era il padre del Bambino.

«Così andate in montagna? Da soli?? Senza nessuno? Senza niente! Voi non sapete che fortuna che non vi sia successo niente...entrate disgraziati!»

Saltarono tutti in macchina, ammutoliti.

«Cosa ci facevate qui me lo spiegate??»

Il Bambino, che si era seduto davanti, si muoveva timidamente, ancora spaventato. Finalmente tirò fuori il diario. «Dovevamo prendere questo!»

«Come?» il padre glielo strappò di mano.

«Ma questo è il diario di vetta! Non potete! Ma guarda che razza di...domani lo riporterò lassù. Vergognatevi! Questo, è di tutti! Deve rimanere lì!»

Il terzo non si trattenne. «Ma dovevamo! Dovevamo ritrovare il suo ricordo!»

«Eh?» il padre non capiva proprio. Poi fece un gran respiro.

«Non ho capito niente...cerca di spiegare»

«Ma si! Stamattina lui ha perso un ricordo, l’abbiamo visto! Solo che non capivamo che ricordo era e l’unico modo era cercarlo in quel libro lì!»

Il padre scuoteva la testa, spazientito. «Cari miei, ne avete fatte anche abbastanza, è già un miracolo che vi abbia trovati» Si calmò.

«Libro o no, credo che per oggi di ricordi ne avrete abbastanza»

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ma, 2015-05-05

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