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Racconto

IL PRIMO AMORE

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di Anna Brugnara

Non era pronta. Non si aspettava quel vuoto allo stomaco, quelle lacrime brucianti, che spingevano per uscire. Non si aspettava un’emozione così forte da toglierle il fiato e da lasciarla senza parole.

Il versetto stizzito di Viola, dieci mesi e quattro denti, la riportò alla realtà. La bambina era accanto a lei, aveva smesso di giocare con l’acqua della fontana e la fissava seria, un po’ perplessa, forse, nel vedere la sua mamma improvvisamente assente. La guardò con gli occhi ancora offuscati. Come poteva averlo dimenticato? Perché quel luogo era scappato dai suoi ricordi così a lungo?

Sono pochi gli adolescenti che amano trascorrere l’estate in montagna e lei, dieci anni prima, non aveva fatto eccezione.

Le litigate con sua madre, quelle sì che erano rimaste vivide nella sua mente! - Due mesi? Come due mesi, mamma? Ma lo sai che l’unica corriera per scendere in città è alle sei e quarantacinque del mattino e che dovrei rientrare con quella di mezzogiorno?-

Lontana dalle amiche, quelle nuove compagne di classe con cui aveva faticato ad integrarsi, lontana dal quel ragazzo carino, appassionato di politica e di cineforum, che dopo l’ennesimo film degli anni Venti le aveva sorriso dicendo “Ci vediamo, eh?”, lontana, lei credeva, da ogni contatto umano. -Mammaaaaaaaaaaaaa! Ma dove mi hai portata? Il mercoledì pomeriggio l’unica cosa aperta in questo posto è la farmacia!-

Viola attirò ancora la sua attenzione. Era riuscita a sfilarle lo smartphone dalla tasca dei jeans e stava per utilizzarlo per alleviare il fastidio alle gengive, quando arrivò un sms: - Ciao Amore, siete arrivate? -

Ancora le scappava un sorriso quando leggeva un sms di suo marito. Marito? Non ci si era ancora abituata. Venticinque anni, un marito e una figlia.

La bambina le dette uno strattone e il cellulare cadde a terra, accanto alla fontana. Improvvisamente ebbe un flashback. Per un istante, le parve che si trattasse del suo vecchio Nokia 3310. Era stato il suo primo cellulare, e, ci avrebbe giurato, dieci anni prima lo aveva raccolto da terra in quel punto esatto.

Dopo molte insistenze, i suoi genitori glielo avevano regalato, subito prima di comunicarle che avrebbero trascorso le vacanze estive nella casa di montagna e lei aveva creduto che il telefono sarebbe stato la sua unica finestra sul mondo esterno, da cui le sarebbe giunta, quantomeno, l’eco di una vita vera, che avveniva altrove.

Il primo mese non era stato molto diverso da come se l’era immaginato.

Passeggiate, compiti, visite agli zii che non vedeva mai. Molti libri e tanti, tantissimi messaggi, spesso disperati, alle amiche. Poi, un giorno, eccolo lì. Un ragazzo moro, con i capelli lunghi e gli occhiali, che se ne stava un po’in disparte, accanto all’auto di un amico di vecchia data di sua madre

- Questo è mio figlio, Alessio.-

Non era uno di quei ragazzi che saltavano subito all’occhio, uno di quelli per cui c’era la fila per un appuntamento. Forse quello che l’aveva colpita era la semplicità del suo starsene lì, immobile, con il suo stesso sguardo un po’annoiato e un Nokia 3310 stretto nella mano.

Si erano fermati per il pranzo, ma, pur sforzandosi, non ricordava molto della conversazione.

Ricordava invece il modo che aveva Alessio di scostarsi i capelli, di sfiorarsi la barba appena accennata che aveva sul mento, il suo modo di giocherellare con le cuffie del walkman. Ricordava, come fosse accaduto il giorno prima, le sensazioni nuove, l’interesse che, si rendeva conto già allora, non aveva mai provato.

Prima di andarsene, le si era avvicinato e, in un modo un po’impacciato (dolcemente impacciato, aveva pensato) le aveva chiesto il numero di cellulare e il suo cuore, mentre gli dettava quelle dieci cifre, batteva all’impazzata.

Quando, la sera, immersa nella lettura di Oceano Mare, sentì il familiare “beep beep” dell’sms, un continuo “è lui è lui è lui è lui” le martellava nella testa. Sullo schermo, una sola parola.

- Fontana?-

Giusto il tempo di infilarsi la sua maglietta portafortuna ed era corsa in paese.

Mentre usciva, se ne rendeva conto solo ora, sua madre aveva sicuramente sorriso in maniera enigmatica e consapevole.

Quello di trovarsi lì, alla fontana in paese, diventò il loro appuntamento fisso. Si sedevano sul bordo, quello largo, dove le donne un tempo lavavano i panni, ed ascoltavano, per ore, le canzoni di De Andrè, dei Nomadi, di Guccini. Entrambi stonati, le cantavano assieme, sotto voce, senza guardarsi. Lo aveva visto che la spiava, ogni tanto, quando credeva che fosse completamente assorta dalla musica. Come faceva lei, del resto.

Era stato Alessio, una sera, a farle scoprire la bellezza di quel luogo. Aveva indicato in alto e lei, alzando gli occhi, dove credeva che avrebbe visto solo il cielo, si trovò di fronte ad una coperta trapuntata di stelle. Tante così non le aveva mai viste e, se chiudeva gli occhi, era certa di poterle toccare.

Prima di dormire, un suo sms.

- Buonanotte alla stella più luminosa.-

Quella sera, per la prima volta nella sua vita, si era addormentata con la certezza di essere innamorata, ed era una sensazione meravigliosa.

Suo padre brontolava e la minacciava, bonariamente, di riprendersi il cellulare, perché non se lo toglieva mai dalle mani, sempre indaffarata a scrivere sms ad Alessio e, naturalmente, alle amiche che volevano sapere tutto. Improvvisamente, la vita vera accadeva lì, in quel piccolo paese di montagna, fuori dal mondo.

Quando usciva con lui si sentiva leggera, capita, gli raccontava i suoi sogni, di come avrebbe voluto girare il mondo lavorando qui e là, della sua voglia di visitare ogni luogo e di conoscerne le storie e le persone. Lui la ascoltava, serio, senza mai ridere o prenderla in giro. Fu durante una di queste chiacchierate sul bordo della fontana che, a un tratto, mentre lei parlava, Alessio prese tra le mani il cellulare e iniziò a scrivere. Un momento dopo, qualcosa in tasca vibrò e lei ne estrasse il Nokia. Un sms.

- TVB -

Ti voglio bene. Nessun ragazzo glielo aveva mai detto. Lei lo guardò e lui sorrise. Uno di quei sorrisi che, a distanza di anni, solo a ripensarci fanno venire la pelle d’oca.

Senza dire niente, un po’ titubante, si avvicinò a lei e la baciò. Un bacio dolce, silenzioso, capace di aprire il cuore. Un primo bacio indimenticabile, che sapeva di fiori e di fieno appena tagliato.

Nell’accarezzargli il viso, felice come non lo era mai stata, le era caduto il cellulare, proprio lì, accanto alla fontana.

Si chinò a raccogliere lo smartphone, mentre la bambina si sbracciava per afferrarlo.

Alessio. Che buffo, non ci pensava da tempo. Il suo primo amore, quello che aveva reso indimenticabile l’estate dei suoi quindici anni. Un amore semplice, fatto di baci, di musica e di sogni. Un amore che era durato pochi mesi, che non era sopravvissuto al di fuori delle montagne tra cui era nato. Un amore che, forse, non poteva essere tale senza lo zampillio di una fontana e una trapunta di stelle. Ma di amore, poteva dirlo con certezza, si era comunque trattato.

Viola emise uno stentato “ma-ma”. Doveva essere proprio stufa di stare ferma.

-Scusami tesoro, mi sono venute in mente tante cose. Sai che venivo qui anch’io, da piccola, con la nonna e il nonno?-

Avrebbe avuto tanto da raccontare a sua figlia. Delle mille emozioni che l’avevano travolta tra quelle montagne, lontane, che avvolgevano l’altopiano. Dei suoi ricordi, che non credeva potessero essere così tanti e così intensi, a venticinque anni.

Avrebbe voluto spiegarle di come un luogo possa legarsi alla memoria e al cuore in maniera profonda e di come questo legame di tanto in tanto riaffiori, portando con sé i sentimenti più inaspettati.

Ma ci sarebbe stata una vita per questo.

Appoggiò la sua testa contro quella della piccola.

- Ti auguro una vita piena di amore, Viola. Forza ora, rispondiamo a papà.-

Digitò svelta sullo schermo

- Arrivate, Amore. Qui è bellissimo. Siamo felici, un bacio.-

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ma, 2015-05-05

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